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Re Artù:La verità oltre la leggenda

Imbolc-la festa celtica delle calende di Febbraio


Yule - Solstizio d'inverno 


Yule - Solstizio d'inverno 
Regina del Sole, Regina della Luna
Regina dei corni, Regina dei fuochi
Portaci il Figlio della Promessa.
E' la Grande Madre che lo crea
E' il Signore della Vita che è nato di nuovo!
L'oscurità e la tristezza vengono messe da parte
quando il Sole si leva di nuovo!
Sole dorato, delle colline e dei campi,
illumina la Terra, illumina i cieli,
illumina le acque, accendi i fuochi!!
Questo è il compleanno del Sole,
io che son morto, oggi son di nuovo vivo.
Il Sole bambino, il Re nato in inverno!

(canto tradizionale tratto da "La danza a spirale" di Starhawk)

Il Cerchio della Luna propone per Imbolc una serata aperta di celebrazione biodanzante


Mentre l'anno volge al termine, le notti si allungano e le ore di luce sono sempre più brevi, fino al giorno del Solstizio invernale, il 21 dicembre. II respiro della natura è sospeso, nell'attesa di una trasformazione, e il tempo stesso pare fermarsi. E' uno dei momenti di passaggio dell'anno, forse il più drammatico e paradossale: l'oscurità regna sovrana, ma nel momento del suo trionfo cede alla luce che, lentamente, inizia a prevalere sulle brume invernali. 
Dopo il Solstizio, la notte più lunga dell'anno, le giornate ricominciano poco alla volta ad allungarsi. 
Come tutti i momenti di passaggio, Yule è un periodo carico di valenze simboliche e magiche, dominato da miti e simboli provenienti da un passato lontanissimo. 
Il Natale e' la versione cristiana della rinascita del sole, fissato secondo la tradizione al 25 dicembre dal papa Giulio I (337 -352) per il duplice scopo di celebrare Gesù Cristo come "Sole di giustizia" e creare una celebrazione alternativa alla più popolare festa pagana. Sin dai tempi antichi dalla Siberia alle Isole Britanniche, passando per l'Europa Centrale e il Mediterraneo, era tutto un fiorire di riti e cosmogonie che celebravano le nozze fatali della notte più lunga col giorno più breve. Due temi principali si intrecciavano e si sovrapponevano, come i temi musicali di una grande sinfonia. Uno era la morte del Vecchio Sole e la nascita del Sole Bambino, l'altra era il tema vegetale che narrava la sconfitta del Dio Agrifoglio, Re dell'Anno Calante, ad opera del Dio Quercia, Re dell'anno Crescente. 
Un terzo tema, forse meno antico è nato con le prime civiltà agrarie, celebrava sullo sfondo la nascita-germinazione di un Dio del Grano... Se il sole è un dio, il diminuire del suo calore e della sua luce è visto come segno di vecchiaia e declino. Occorre cacciare l'oscurità prima che il sole scompaia per sempre.
Le genti dell'antichità, che si consideravano parte del grande cerchio della vita, ritenevano che ogni loro azione, anche la più piccola, potesse influenzare i grandi cicli del cosmo. Così si celebravano riti per assicurare la rigenerazione del sole e si accendevano falò per sostenerne la forza e per incoraggiarne, tramite la cosiddetta "magia simpatica" la rinascita e la ripresa della sua marcia trionfale. 
Presso i celti era in uso un rito in cui le donne attendevano, immerse nell'oscurità, l’arrivo della luce-candela portata dagli uomini con cui veniva acceso il fuoco, per poi festeggiare tutti insieme la luce intorno al fuoco.
Yule, o Farlas, è insieme festa di morte, trasformazione e rinascita. Il Re Oscuro, il Vecchio Sole, muore e si trasforma nel Sole Bambino che rinasce dall'utero della Dea: all'alba la Grande Madre Terra dà alla luce il Sole Dio. La Dea è la vita dentro la morte, perché anche se ora la regina del gelo e dell'oscurità, mette al mondo il Figlio della Promessa, il Sole suo amante, che la rifeconderà riportando calore e luce al suo regno. Anche se i più freddi giorni dell'inverno ancora devono venire, sappiamo che con la rinascita del sole la primavera ritorna.
La pianta sacra del Solstizio d'Inverno è il vischio, pianta simbolo della vita in quanto le sue bacche bianche e traslucide somigliano allo sperma maschile. Il vischio, pianta sacra ai druidi, era considerata una pianta discesa dal cielo, figlia del fulmine, e quindi emanazione divina. Equiparato alla vita attraverso la sua somiglianza allo sperma, ed unito alla quercia, il sacro albero dell'eternità, questa pianta partecipa sia del simbolismo dell'eternità che di quello dell'istante, simbolo di rigenerazione ma anche di immortalità. Ancora oggi baciarsi sotto il vischio è un gesto propiziatorio di fortuna e la prima persona a entrare in casa dopo Farlas deve portare con se' un ramo di vischio. Queste usanze solstiziali sono state trasferite al gennaio, il Capodanno dell'attuale calendario civile.Una pratica rilassante e al tempo stesso simboleggiante le acque uterine da cui vogliamo rinascere per l'anno a venire. Purtroppo tutto congiura contro un salutare riposo solstiziale. Infatti questo periodo dell'anno, per l'accumularsi di celebrazioni, feste e acquisti di regali può portare a stress e ansia. La forzata allegria, la routine quotidiana, il consumismo esasperato, sono tutti elementi che possono condurre a sentimenti di depressione e isolamento. Sarà la minor quantità di luce solare, sarà l'essere costretti a mostrare un aspetto felice, ma questo è uno dei periodi dell'anno con il più alto picco di suicidi...Tuttavia, se ricordiamo che questo tempo è quello in cui siamo più lontani dal sole e contemporaneamente anche consapevoli della sua rinascita, possiamo provare a trattenere questa piccola luce in noi. Il Solstizio può essere per noi un momento molto calmo e importante, in cui nella silenziosa e oscura profondità del nostro essere, noi contattiamo la scintilla del nuovo sole. Questa è anche una opportunità per gioire e abbandonarci a sentimenti di ottimismo e di speranza: come il sole risorge, anche noi possiamo uscire dalle tenebre invernali rigenerati.Ci sono tanti modi per celebrare a livello spirituale questa festa: possiamo decorare la nostra casa con le piante di Farlas oppure fare un albero solstiziale. Non un solito albero natalizio, bensì un albero decorato con tante piccole raffigurazioni del sole.
O ancora possiamo alzarci all'alba e salutare il nuovo sole. Si possono accendere candele o luci per rappresentare la nascita delle nostre speranze per il nuovo anno.
Possiamo anche compiere una celebrazione più rituale, con l'accensione del ciocco. Anche se non abbiamo un caminetto in casa possiamo accenderlo nel nostro giardino, o in un prato insieme ai nostri amici. Si prende un grosso pezzo di legno di quercia e lo si orna con rametti di varie piante: il tasso (a indicare la morte dell'anno calante), l'agrifoglio (l'anno calante stesso), l'edera (la pianta del dio solstiziale) e la betulla (l'albero delle nascite e dei nuovi inizi). Si legano i rametti al ciocco usando un nastro rosso. Se abbiamo celebrato questo rito anche l'anno precedente e abbiamo un pezzo non combusto del vecchio ciocco, accenderemo il fuoco con questo, Si dice: "Come il vecchio ciocco è consumato, così lo sia anche l'anno vecchio". Quando il ciocco prende fuoco si dice: "Come il nuovo ciocco è acceso, così inizi il nuovo anno". Una volta che il fuoco è acceso osserviamo le sue fiamme e meditiamo sulla rinascita della luce e sulla nostra rinascita interiore. Accogliamo le nostre speranze, i nostri sogni per il futuro e salutiamo questa luce dicendo: "Benvenuta, luce del nuovo sole!". Brindiamo con vin brulè e consumiamo dolci, lasciando una parte del nostro festino per la Madre Terra. Più tardi le ceneri del ciocco potranno essere sparse nel nostro giardino o nei vasi delle piante che teniamo in casa per propiziare la salute e la fertilità della vegetazione.
Un altro modo per celebrare Farlas è quello del ramo dei desideri, un rituale della tradizione celtica bretone. Nove giorni prima del Solstizio occorre procurarsi un ramo secco di buone dimensioni, pitturarlo con vernice dorata e appenderlo nell'anticamera della propria abitazione, con un pennarello e alcune strisce di carta rossa da tenere lì vicino. Chiunque entri in casa se vuole, potrà scrivere un proprio desiderio su una striscia di carta, che verrà ripiegata per garantire la segretezza del desiderio e legata al ramo con un nastrino colorato. Quando nove giorni dopo si accende il fuoco del Solstizio (nel caminetto di casa o in un falò nel giardino o nel campo) il ramo viene sistemato sulla legna da ardere e i desideri che sono appesi ad esso bruciando saliranno col fumo sempre più in alto, finché verranno accolti da entità celesti e chissà, forse esauditi. Per quanto riguarda il cibo, gli alimenti tradizionali sono le noci, la frutta come mele e pere, i dolci con il cumino dei prati, bagnati col sidro. Le bevande adatte sono il Wassil, il Lambswool, il té di ibisco o di zenzero.

Olio per Yule 

5mL di olio di pino
5mL di olio di cannella
5mL di olio di oliva
1 cucchiaio di radice di zenzero rotta a piccoli pezzi
3 cucchiai di sale marino
Usatelo per ungere le candele (la cannella irrita la pelle!)


Il vischio
Era molto importante per i Gallo-Celti. Le consuetudini sull'uso del vischio come elemento apportatore di buona sorte derivano in effetti in buona parte dalle antiche tradizioni celtiche, costumi di una popolazione che considerava questa pianta come magica (perché, pur senza radici, riusciva a vivere su un'altra specie) e sacra. Lo poteva raccogliere infatti solo il sommo sacerdote, con l'aiuto di un falcetto d'oro. Gli altri sacerdoti, coperti da candide vesti, lo deponevano (dopo averlo recuperato al volo su una pezza di lino immacolato) in una catinella (pure d'oro) riempita d'acqua e lo mostravano al popolo per la venerazione di rito. E per guarire (per i Celti il vischio era "colui che guarisce tutto; il simbolo della vita che trionfa sul torpore invernale) distribuivano l'acqua che lo aveva bagnato ai malati o a chi, comunque, dalle malattie voleva essere preservato. I Celti consideravano il vischio una pianta donata dalle divinità e ritenevano che questo arboscello fosse nato dove era caduta la folgore, simbolo della discesa della divinità sulla terra. Plinio il Vecchio riferisce che il vischio venerato dai Celti era quello che cresceva sulla quercia, considerato l'albero del dio dei cieli e della folgore perché su di esso cadevano spesso i fulmini. Si credeva che la pianticella cadesse dal cielo insieme ai lampi. Questa congettura - scrive il Frazer nel suo "Ramo d'oro" - è confermata dal nome di "scopa del fulmine" che viene dato al vischio nel cantone svizzero di Argau. "Perché questo epiteto - continua il Frazer - implica chiaramente la stessa connessione tra il parassita e il fulmine; anzi la scopa del fulmine è un nome comune in Germania per ogni escrescenza cespugliosa o a guisa di nido che cresca su un ramo perché gli ignoranti credono realmente che questi organismi parassitici siano un prodotto del fulmine". Tagliando dunque il vischio con i mistici riti ci si procura tutte le proprietà magiche del fulmine.
Le leggende che considerano il vischio strettamente connesso al cielo e alla guarigione di tutti i mali si ritrovano anche in altre civiltà del mondo come ad esempio presso gli Ainu giapponesi o presso i Valo, una popolazione africana.
Inoltre queste usanze, chiamate anche druidiche (i sacerdoti dei Celti erano infatti i Druidi), continuarono (specie in Francia) anche dopo la cristianizzazione. La natura del vischio, la sua nascita dal cielo e il suo legame con i solstizi non potevano infatti non ispirare ai cristiani il simbolo del Cristo, luce del mondo, nato in modo misterioso. "Come il vischio è ospite di un albero, così il Cristo - scrive Alfredo Catabiani nel suo "Florario" - è ospite dell'umanità, un albero che non lo generò nello stesso modo con cui genera gli uomini".

trattoda:http://gazzettino.quinordest.it:80/VisualizzaArticolo.php3?Luogo=Udine&Codice=3610683&Pagina=AMBIENTE%20%26%20NATURAL'albero Solstiziale e l'albero di Natale


Sono origini molto antiche, quelle che collocano il famoso abete nelle feste del Solstizio d’inverno, ovvero il Natale.
I popoli germanici, lo usavano nei loro riti pagani, per festeggiare il passaggio dall'autunno all'inverno. In seguito era usanza bruciarlo nella stufa, in un rito di magia simpatica (secondo cui il simile attira il simile), in modo che con il fuoco si propiziasse il ritorno del sole.
Fu scelto l’abete perché è un albero sempre verde, che porta speranza nell'animo degli uomini visto che non muore mai, neppure nel periodo più freddo e difficile dell’anno.Era un simbolo fallico, di fertilità ed abbondanza associato alle divinità maschili di forza e vitalità. Ecco che addobbarlo, prendeva quindi i connotati di un piccolo rito casalingo che portava fortuna ed abbondanza alla famiglia.Il Solstizio d’inverno, è il momento in cui la divinità maschile muore, per poi rinascere in primavera. Questo ciclo di morte-nascita, lo si ritrova in moltissime culture, oltre quella cristiana. E’ presente in Egitto, con la morte di Osiride e nel mito di Adone che si evirò proprio sotto ad un pino.Addobbare l’albero di Natale con le luci, accendendolo di mille riflessi, ricorda il rituale del grande falò dell’abete, che spesso si prolungava fino all'attuale festa della Befana. In alcune popolazioni europee, con il fuoco dell’abete, si bruciava simbolicamente le negatività del passato, e le streghe leggevano nel fuoco i presagi per il futuro.
La tradizione dell’albero prese piede in Italia nel 1800, quando la regina Margherita, moglie di Umberto I, ne fece allestire uno in un salone del Quirinale, dove la famiglia reale abitava. La novità piacque moltissimo e l’usanza si diffuse tra le famiglie italiane in breve tempo.
Molte leggende cristiane sono poi nate nel tempo attorno all'albero di Natale, come quella americana che racconta di un bambino che si era perso in un bosco alla vigilia di Natale si addormentò sotto un abete. Per proteggerlo dal freddo, l’abete si piegò fino a racchiudere il bambino tra i suoi rami. La mattina i compaesani trovarono il bambino che dormiva tranquillo sotto l’abete, tutto ricoperto da cristalli che luccicavano alla luce del sole. In ricordo di quell'episodio, cominciarono a decorare l’albero di Natale.

di Michela Brandino, segnalato in wiccanews e tratto da:
http://www.grandain.com/informazione/dettaglio.asp?id=14594 


IMBOLC, LA FESTA CELTICA DELLE CALENDE DI FEBBRAIO


La festa di Fine Inverno, dedicata a rituali di purificazione dei campi e della casa, era celebrata dai Celti alle Calende di Febbraio; nel Calendario di Coligny è segnata come IMBOLC - AMBIVOLCIOS.
Imbolc, Oimelc o Imbolg è un termine dall'origine incerta: Imbolc potrebbe derivare da Imb-folc, cioè “grande pioggia’ e in molte località dei paesi celtici questa data è chiamata anche “Festa della Pioggia” (sia perchè segna l'inizio della "stagione delle piogge" sia la lustrazione ritualmente praticata per liberarsi dalle impurità invernali). Invece Oimelc significa “nel latte” (essendo questo il periodo in cui nascono i nuovi agnelli e verrebbe a dire anche i figli di Beltane) mentre Imbolg ovvero ‘nel sacco” è il grembo della Madre Terra e il termine richiama i semi che stanno germinando sotto la terra e che spunteranno appena arriveranno le prime piogge.
Ambivolcios infine è un termine latino-gallico che significa "attorno al lavatoio" è sta a indicare l'antica cerimonia di purificazione mediante lavaggio o aspersione d'acqua (benedizione). Anche per gli antichi romani, febbraio era il mese preparatorio all'avvento della primavera, dedicato ai riti della purificazione dei campi e degli armenti e anche le case erano soggette a pulizie particolari.
LA FESTA DELLE NASCITE
Imbolc è la festa che si trova a metà tra il Solstizio d'Inverno e l'Equinozio della Primavera ed è la prima festa della Primavera, quando spuntano i primi bucaneve e i crochi e quindi inizia a manifestarsi il rinnovamento della Natura.A Imbolc la vita riprende timidamente a rifiorire, sono gli agnelli nuovi nati (la luna piena di Febbraio) a stimolare la produzione di latte, simbolicamente sono i bambini generati a Beltane, sono i primi bulbi a spuntare dalla brulla terra. Per i contadini è il mese del riposo dal lavoro nei campi, dedicato alle attività "ricreative" come la riparazione o costruzione di attrezzi e attrezzature, e in particolare la costruzione di cesti o i lavoretti d'intaglio del legno. Era un mese critico perché nell'orto si riusciva a trovare poco o niente e l'unica frutta disponibile era quella conservata dall'autunno, mele, pere, castagne, noci e nocciole e le aspre nespole. E perciò latte, farina e uova costituivano la fonte primaria dell'alimentazione invernale.


E' la festa dedicata alla dea Brigid, la triplice dea del fuoco
FESTA DI IMBOLC

Mentre galoppano i destrieri della neve e la notte sembra senza fine,
nel chiuso delle capanne a bassa voce si preghi perché Brigid
dai tre volti benevola rinnovi nel suo grembo traccia di luce.
E quella moltiplicata tante volte risvegli fuoco nel cuore della terra
così che l’erba annerita dal ghiaccio superi la prova dell’inverno
e si rinnovi ai piedi degli agnelli 
poi ridestati gli alberi dormienti tornino ai brusii nella foresta.
E usciranno gli uomini dal chiuso
per intonare canti di vittoria
liberate dal freddo le membra,
il buio annientato dall’azzurro.

(Fryda Rota)


I PRONOSTICI: L'ORSO DELLA CANDELORA
Un tempo era fondamentale riuscire a prevedere con precisione l'arrivo della primavera, per sapere quando iniziare le semine, e un proverbio così recita: "Candelora dell'inverno semo fora, ma se piove e tira vento, dell'inverno semo drento" Così se il 2 febbraio il tempo è brutto lo resterà per almeno un altro mese. Un perfetto barometro del tempo era l'orso della Candelora (in America e in Canada la marmotta) . Secondo la tradizione dell’Europa medioevale alpina, nella notte tra il primo e il due di febbraio, l’Orso (o in Piemonte il Tasso) si risveglia dal suo letargo invernale, ed osserva il cielo. Se lo trova “chiaro” (plenilunio) rientra nel suo giaciglio, perché l’inverno durerà ancora quaranta giorni. Se invece il cielo è “scuro” (novilunio), allora l’Orso uscirà dal suo riparo ad annunciare l’inizio della primavera. 
Nel Fenland (Inghilterra) nei primi di gennaio si celebra ancora oggi “Il giorno dell’Orso di Paglia” (Straw bear Day). Sebbene limitata a una piccola area ai confini della Huntingdonshire e Cambridgeshire con questa festa si celebra l’inizio dell’anno agricolo in Inghilterra. Un uomo coperto dalla testa ai piedi dalla paglia, va di casa in casa, per propiziare un buon raccolto con la danza dell’Orso, ricevendo in cambio denaro, cibo o birra. Più che orsi queste figure rivestite di paglia sembrano  spiriti del grano e spesso finiscono bruciate. 
I Carmina Gadelica, una raccolta di miti, proverbi e poemi gaelici di Scozia, raccolti e trascritti alla fine dell’800 dal folclorista scozzese Alexander Carmichael, riportano la seguente filastrocca:

“La mattina del Giorno di Bride
Il serpente uscirà fuori dalla tana
Non molesterò il serpente
Né il serpente molesterà me”

Il serpente appare come uno degli animali-totem di Brigit. In molte culture il serpente o drago è simbolo dello spirito della terra e delle forze naturali di crescita, decadimento e rinnovamento. 
Nel giorno di Bride il serpente si risveglia dal suo sonno invernale e i contadini ne traevano il presagio della fine imminente della cattiva stagione. Il serpente è uno dei molti aspetti dell’antica Dea della terra: la muta della sua pelle simboleggia il rinnovamento della Natura e anche la sua dualità.
Così da noi "i giorni della merla" sono per tradizione i giorni più freddi dell’anno e si ricavano pronostici: se i giorni della merla sono davvero freddi, la Primavera sarà bella; se sono caldi, la Primavera arriverà in ritardo. I giorni della merla non sono però ben delimitati possono essere gli ultimi tre giorni di Gennaio ma anche i primi tre di Febbraio. Ipotesi astruse e leggende sono sorte per giustificare il proverbio, la più diffusa risale al Medioevo e spiega il colore della livrea grigio cenere della merla (che si è sporcata con la fuliggine del camino dentro cui era riuscita a ripararsi per sopportare il gelo) 

FONTE
http://www.sacred-texts.com/neu/celt/cg1/cg1074.htm

LE CERIMONIE D'INIZIAZIONE

La festa di Imbolc prevedeva molto probabilmente delle cerimonie di iniziazione per i bardi e per i giovani guerrieri, ovviamente non abbiamo conoscenza di tali cerimonie. Pure i riti più antichi celebrati dalle donne in onore a Brigid ci restano sconosciuti, e tuttavia la tradizione popolare ha tramandato gesti e parole che ancora oggi vengono ripetuti.
RITI TRADIZIONALI DI IMBOLC
I riti di Brigid celebrati a Imbolc ci sono stati tramandati dal folklore scozzese e irlandese. Nella festa celebrata in onore a Brigid le donne preparavano dei talismani: la croce di Brigid (ovvero la ruota solare), il mantello di Brigid, una striscia di stoffa che si lasciava fuori nella notte della festa per assorbire il potere della dea e che veniva poi utilizzata sia come protezione che nei rituali di guarigione, oppure una bambolina come la fanciulla del grano o ancora il letto di Bride, una sorta di culla in miniatura in cui si poneva l'effige stilizzata della Dea.
Brigida dal mantello, avvolgici,
signora degli agnelli proteggici,
custode del focolare, illuminaci,
sotto il tuo manto raccoglici
e rendici alla memoria




SLOINNTIREACHD BHRIDE
On Bride's Eve the girls of the townland fashion a sheaf of corn into the likeness of a woman. They dress and deck the figure with shining shells, sparkling crystals, primroses, snowdrops, and any greenery they may obtain. In the mild climate of the Outer Hebrides several species of plants continue in flower during winter, unless the season be exceptionally severe. The gales of March are there the destroyers of plant-life. A specially bright shell or crystal is placed over the heart of the figure. This is called 'reul-iuil Bride,' the guiding star of Bride, and typifies the star over the stable door of Bethlehem, which led Bride to the infant Christ. The girls call the figure 'Bride,' 'Brideag,' Bride, Little Bride, and carry it in procession, singing the song of 'Bride bhoidheach oigh nam mile beus,' Beauteous Bride, virgin of a thousand charms. The 'banal Bride,' Bride maiden band, are clad in white, and have their hair down, symbolising purity and youth. They visit every house, and every person is expected to give a gift to Bride and to make obeisance to her. The gift may be a shell, a spar, a crystal, a flower, or a bit of greenery to decorate the person of Bride. Mothers, however, give 'bonnach Bride,' a Bride bannock, 'cabag Bride,' a Bride cheese, or 'rolag Bride,' a Bride roll of butter. Having made the round of the place the girls go to a house to make the 'feis Bride,' Bride feast. They bar the door and secure the windows of the house, and set Bride where she may see and be seen of all. Presently the young men of the community come humbly asking permission to honour Bride. After some parleying they are admitted and make obeisance to her.
Much dancing and singing, fun and frolic, are indulged in by the young men and maidens during the night. As the grey dawn of the Day of Bride breaks they form a circle and sing the hymn of 'Bride bhoidheach muime chorr Chriosda,' Beauteous Bride, choice foster-mother of Christ. They then distribute fuidheal na feisde,' the fragments of the feast--practically the whole, for they have partaken very sparingly, in order to have the more to give--among the poor women of the place.
A similar practice prevails in Ireland. There the churn staff, not the corn sheaf, is fashioned into the form of a woman, and called 'Brideog,' little Bride. The girls come clad in their best, and the girl who has the prettiest dress gives it to Brideog. An ornament something like a Maltese cross is affixed to the breast of the figure. The ornament is composed of straw, beautifully and artistically interlaced by the deft fingers of the maidens of Bride. It is called 'rionnag Brideog,' the star of little Bride. Pins, needles, bits of stone, bits of straw, and other things are given to Bride as gifts, and food by the mothers. 
Customs assume the complexion of their surroundings, as fishes, birds, and beasts assimilate the colours of their habitats. The seas of the 'Garbh Chriocha,' Rough Bounds in which the cult of Bride has longest lived, abound in beautiful iridescent shells, and the mountains in bright sparkling stones, and these are utilised to adorn the ikon of Bride. In other districts where the figure of Bride is made, there are no shining shells, no brilliant crystals, and the girls decorate the image with artistically interlaced straw.
The older women are also busy on the Eve of Bride, and great preparations are made to celebrate her Day, which is the first day of spring. They make an oblong basket in the shape of a cradle, which they call 'leaba Bride,' the bed of Bride. It is embellished with much care. Then they take a choice sheaf of corn, generally oats, and fashion it into the form of a woman. They deck this ikon with gay ribbons from the loom, sparkling shells from the sea, and bright stones from the hill. All the sunny sheltered valleys around are searched for primroses, daisies, and other flowers that open their eyes in the morning of the year. This lay figure is called Bride, 'dealbh Bride,' the ikon of Bride. When it is dressed and decorated with all the tenderness and loving care the women can lavish upon it, one woman goes to the door of the house, and standing on the step with her hands on the jambs, calls softly into the darkness, 'Tha leaba Bride deiseal,' Bride's bed is ready. To this a ready woman behind replies, 'Thigeadh Bride steach, is e beatha Bride,' Let Bride come in, Bride is welcome. The woman at the door again addresses Bride, 'A Bhride! Bhride thig a stench, tha do leaba deanta. Gleidh an teach dh’an Triana,' Bride! Bride, come thou in, thy bed is made. Preserve the house for the Trinity. The women then place the ikon of Bride with great ceremony in the bed they have so carefully prepared for it. They place a small straight white wand (the bark being peeled off) beside the figure. This wand is variously called 'slatag Bride,' the little rod of Bride, 'slachdan Bride,' the little wand of Bride, and 'barrag Bride,' the birch of Bride. The wand is generally of birch, broom, bramble, white willow, or other sacred wood, 'crossed' or banned wood being carefully avoided. A similar rod was given to the kings of Ireland at their coronation, and to the Lords of the Isles at their instatement. It was straight to typify justice, and white to signify peace and purity--bloodshed was not to be needlessly caused. The women then level the ashes on the hearth, smoothing and dusting them over carefully. Occasionally the ashes, surrounded by a roll of cloth, are placed on a board to safeguard them against disturbance from draughts or other contingencies. In the early morning the family closely scan the ashes. If they find the marks of the wand of Bride they rejoice, but if they find 'long Bride,' the footprint of Bride, their joy is very great, for this is a sign that Bride was present with them during the night, and is favourable to them, and that there is increase in family, in flock, and in field during the coming year. Should there be no marks on the ashes, and no traces of Bride's presence, the family are dejected. It is to them a sign that she is offended, and will not hear their call. To propitiate her and gain her ear the family offer oblations and burn incense. The oblation generally is a cockerel, some say a pullet, buried alive near the junction of three streams, and the incense is burnt on the hearth when the family retire for the night.

tratto da qui in Carmina Gadelica, Alexander Carmichael

LA CANDELORA
La festa della Candelora (dal tardo latino "candelorum", per "candelaram", benedizione delle candele) era celebrata nella Chiesa romana il 2 di febbraio in ricordo della presentazione di Gesù al tempio e della purificazione rituale di Maria (per gli ebrei, dopo il parto di un maschio, la madre era considerata impura per un periodo di 40 giorni): avendo la Chiesa romana stabilito la Nascita di Gesù al 25 dicembre, la festa finì per coincidere con il mese dedicato nella Roma pagana a Iunio Februata (Giunone purificata). In Francia si dice La Canelière, in Bretagna Candlemas, in Germania Lichtmesse e in Italia Candelora. 
Durante la festa si portavano candele e torce accese in solenne processione, alle quali a partire dall’XI secolo si aggiunse la benedizione delle candele per gli altari e per i fedeli. I ceri benedetti erano distribuiti durante la benedizione pasquale delle case  (e si ricambiava con le uova) e venivano accesi per invocare la benevolenza divina, durante i violenti temporali, nell'attesa di una persona che non tornava o che si pensava fosse in grave pericolo, accanto ad un moribondo, durante le epidemie o i parti difficili.   
Dal Vangelo di Luca 2,22-40
E quando furono giunti i giorni della loro purificazione, secondo la legge di Mosè, lo portarono a Gerusalemme per presentarlo al signore “Ogni primogenito maschio sarà consacrato al Signore” sta scritto, e per offrire il sacrificio prescritto dalla Legge del Signore, d’un paio di tortore o di due piccioni.
Ancora nel Medioevo la cerimonia di purificazione della puerpera avveniva con la conduzione in chiesa della donna che indossava il suo abito da sposa ed entrava in chiesa reggendo una candela accesa, il sacerdote che l’accoglieva le faceva il segno della croce, la benediva con l’acqua santa e recitava un salmo poi la invitava dicendo :”Entra nel tempio di Dio, adora il Figlio della santa Vergine Maria, che ti ha concesso la benedizione di essere madre”
Fino a quando la cerimonia non veniva celebrata, la donna era considerata impura e non poteva fare il pane e servire il cibo. "La mattina si fa la benedizione delle candele, che si distribuiscono ai fedeli, la qual funzione fu istituita dalla Chiesa per togliere un antico costume dei gentili, che in questo giorno in onore della falsa dea Februa con fiaccole accese andavano scorrendo per le città, mutando quella superstizione in religione e pietà cristiana". Da "Lunario Toscano" 1805 I romani pagani festeggiavano alle calende di febbraio Giunone purificata (guarda caso protettrice delle partorienti) e la Giunone Salvatrice andando in giro per la città con torce accese affinché il fumo purificasse l'aria. 


ATTIVITA' A IMBOLC
Fare e accendere candele, fare il sapone, piantare bulbi, preparare da sole il burro, lo yogurth o del formaggio fresco. Cucinare il pane dandogli la forma di treccia, o meglio ancora le crepes che in Bretagna sono tradizionali della Candelora, e si preparano nella Francia nord occidentale con la farina di grano saraceno (galette). In Piemonte sono tradizionali delle cialde molto simili alle varianti bretoni chiamate variamente "miacce" nella Valsesia, "amiasc" nella Valle Vighezzo o "miassa" nel Canavesano. Più spesso queste "cialde" sono farcite con ripieni salati, ma non mancano le varianti dolci. 
LE MIACCE DI SAN BIAGIO
“Stinchett”, “Runditt” e “Amiasc” sono i vari nomi con cui vengono chiamate nelle vallate ossolane queste cialde, ovvero un pane azzimo che si prepara, a seconda della ricetta locale, con farina di grano, grano saraceno oppure mais e acqua. L'importante è fare l'impasto il giorno prima e cuocerlo su dei ferri arroventati (detti variamente "testi", cocci") o sulla pietra ollare (tipica delle valli ossolane). La sottile sfoglia così cotta si imburra per bene (con burro di malga) si sala e si piega in quattro per mangiarla con le mani.
Ricette simili sono state trovate anche in Sardegna e in Bretagna, e si può pertanto pensare ad un’antica origine celtica. Del resto la preparazione è antichissima, perché per ottenere il primo pane probabilmente si schiacciarono i chicchi tra due pietre e con l'aggiunta di acqua si cossero in strati sottili su delle pietre piatte poste sul fuoco. 
LE RICETTE
Crepes della Candelora
Galette Bretoni
Gòfri del Martedì Grasso
Miacce della Valsesia 
Miasse del Canavese
Rundit

FONTI
Il Cristianesimo celtico e le sue sopravvivenze popolari, Jean Markale
http://ontanomagico.altervista.org/imbolc.htm
http://ontanomagico.altervista.org/giorno-orso.htm
http://terreceltiche.altervista.org/straw-bear-day/


http://terreceltiche.altervista.org/the-frost-is-all-over/


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