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Re Artù:La verità oltre la leggenda

il Sabba delle streghe

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La leggenda delle Streghe di Benevento

LA LEGGENDA DELLE STREGHE DI BENEVENTO

Unguento, unguento
Portami al Noce di Benevento
Supra acqua et supra vento
Et supre ad omne malo tempo

E’ la formula magica che la Strega recita prima di prendere il volo e recarsi al Sabba, rituale consistente in una danza sfrenata presieduta da Lucifero in persona sotto sembianze di un caprone, e da un nutrito consesso di demoni.

Un Fiume, un enorme Albero di Noce, misteriosi esseri che volano su scope, notti tempestose, danze sfrenate e riti infernali. Questi sono gli elementi di una leggenda che resiste ancora oggi, profondamente radicata nella cultura popolare.

Chi erano Martuccia da Todi, Bellezza Orsini, Mariana da San Sisto? Come è nata l’immagine della “strega”? Perché Benevento? In tema di streghe, storia, legenda, credenze religiose, superstizione e folklore si intrecciano in maniera indissolubile e non è possibile distinguere un aspetto senza fare ricorso all'altro.

Benevento: Come nasce la leggenda delle Streghe.

Benevento è posizionata in una conca tra alte montagne, fitti boschi e profonde gole, circondata da due fiumi: il Calore ed il Sabato. Il Sannio è sempre stato un territorio considerato strategico da tutte le stirpi guerriere che qui hanno vissuto o che da qui sono passate. Qui i Romani, maestri nell'arte della guerra, subirono una delle sconfitte più umilianti e dure della loro storia. Un territorio, dunque, pieno di suggestione, da sempre abitato da gente fiera e bellicosa.

Secondo una leggenda popolare la città di Benevento sarebbe il luogo privilegiato dalle Streghe che di notte si radunano intorno ad un Noce sulle rive del fiume Sabato.
La diffusione del mito delle streghe poi, risalirebbe alla dominazione romana e al paganesimo.

Tuttavia, la leggenda del Noce di Benevento si sarebbe diffusa intorno al VII sec. durante la dominazione longobarda ed il regno del duca Romualdo. Infatti, nonostante i dominatori si fossero formalmente convertiti al cattolicesimo non rinunciarono mai completamente alla loro fede pagana.

In particolare si racconta che avessero iniziato a svolgere un singolare rito nei pressi del fiume Sabato:
racconti che parlavano di alcune donne urlanti che giravano saltando intorno ad un enorme albero di Noce da cui pendevano serpenti. Altre voci riportavano di frequenti riti svolti da guerrieri, riti propiziatori in onore del dio Wotan durante il quali appunto, alcuni guerrieri correvano in sella al proprio cavallo intorno ad un albero sacro a cui veniva appesa una pelle di caprone e la colpivano con le loro lance allo scopo di strapparne dei brandelli che poi mangiavano. I cattolici beneventani collegarono questi riti alla già diffusa credenza popolare nella stregoneria.

I guerrieri e le donne apparivano ai loro occhi come l'incarnazione delle Streghe, il Caprone quella del Diavolo, e le loro urla furono interpretate come riti orgiastici. Secondo la leggenda un sacerdote di nome Barbato accusò i longobardi di idolatria e quando Benevento fu assediata dai Bizantini nel 663 D.C., Romualdo promise a quest'ultimo che se fosse riuscito a salvare la città e l'intero ducato, avrebbe rinunciato per sempre al paganesimo.

Infatti, le truppe bizantine si ritirarono e Romualdo rispettò la promessa fatta. Barbato divenuto nel frattempo vescovo di Benevento avrebbe poi fatto provvedere lui stesso all'abbattimento e all'estirpazione delle radici del Noce maledetto, e in più per scongiurare il malefico, avrebbe fatto costruire e consacrare al suo posto una chiesa.

Ben nota infatti è l’iconografia medioevale che rappresenta San Barbato ed il suo imponente corteo mentre sradica la malefica pianta a colpi di scure. La leggenda però vuole che, nonostante tutto, il Noce ricrescesse ancora più vigoroso quasi ad assecondare la voglia della gente del luogo di perpetuare gli antichi culti propiziatori di fecondità e prosperità legati ai cicli della terra.

Questo spinse la chiesa ad insistere nella repressione di queste usanze pagane.

Senza risultati soddisfacenti però, perché tuttavia la leggenda delle streghe si diffuse di nuovo, e soprattutto con più veemenza intorno al 1273 quando ritornarono a circolare racconti di riunioni notturne di donne intorno ad un albero sulle rive del fiume Sabato, da cui probabilmente deriva appunto il termine "Sabba". Di conseguenza tutti credettero che si trattasse dell'albero abbattuto da San Barbato, risorto per opera del demonio.

LA LEGGENDA DELLE STREGHE DI BENEVENTO:

A Maloenton, originario nome di Benevento, si venerava Bolla, un dio bambino che secondo la leggenda creò il fiume omonimo nella zona corrispondente oggi a Volla/Casalnuovo, le cui acque alimentarono per secoli gli antichi acquedotti napoletani. Sotto il grande albero di Noce, sulle rive del fiume Sabato, sacerdoti e sacerdotesse si contorcevano in frenetiche danze compiendo i loro rituali in onore del dio. Quando i Romani conquistarono Benevento, come loro costume continuarono a rispettare le tradizioni locali. E, dunque, i diversi riti Osco Sanniti del Noce sul fiume Sabato sopravvissero a lungo mescolandosi ai nuovi dei di Roma. Anche in epoca imperiale la libertà di culto fu rispettata, tanto che Augusto permise la costruzione di un tempio dedicato alla Dea Iside, di cui c’è ancora traccia a Benevento. Nei sotterranei di tale tempio fu, poi, costruito un Mitreo in onore del nuovo culto orientale che si era diffuso in quegli anni, soprattutto tra i veterani delle guerre in Asia. Mitra, Iside, Cerere, Demetra, Cibele, Diana, Pan, costituirono nel tempo l’antico pantheon di quelle genti legate ai culti della terra, dei cicli della natura e dell’agricoltura.

Con l’arrivo delle orde di “barbari” gli antichi culti si fusero con quelli nuovi portati dai Goti, dagli Ostrogoti e dai Longobardi. In particolare Wotan, il dio dei Longobardi, popolazione che ebbe il sopravvento sulle altre. Le orde longobarde erano asserragliate per lo più in una zona denominata stretto di “Balba” divenuto poi “Barba”. Si tratta di una vasta zona pianeggiante, ricoperta da lussureggianti boschi ed attraversata da un ricco corso d’acqua che si incunea in una stretta fenditura dominata da una alta rupe rocciosa. E’ noto che questi guerrieri avessero l’usanza di testare le loro abilità equestri e marziali in sfrenati caroselli in cui si addestravano a colpire da cavallo carcasse o velli di animali, solitamente caproni, appesi ad una ramo di un albero con spade e lance, per staccarne pezzi di carne e cibarsene. E’ nota anche la loro venerazione per alcuni alberi ritenuti sacri ed in generale per la sacralità della natura. Questi caroselli assumevano anche una sorta di celebrazione spirituale religiosa.

Ora giochiamo un po'con la fantasia. Cerchiamo di immaginare di essere su un sentiero di notte e scorgere una grande radura nei pressi del fiume, con un accampamento e grandi fuochi accesi che rischiarano le tenebre, sullo sfondo una alta rupe illuminata dalla luna, il silenzio dei boschi rotto dalle urla dei guerrieri e i loro sfrenati rituali, il rumore degli zoccoli dei cavalli, le grida di approvazione del gruppo tribale. E’ possibile che donne provenienti dalle campagne circostanti, desiderose di cibo e protezione, si mescolassero ai guerrieri in occasione di questi riti notturni. Una scena sicuramente impressionante. Ed è più che probabile che questo possa aver colpito la fantasia di viandanti o locali, e che ne siano originate leggende radicate nei racconti popolari tramandati nel tempo. Racconti che per lo più parlavano delle già citate Janare, le Streghe di Benevento.

Le streghe, identificate nel dialetto locale con il termine di "Janare" da "janua" ossia "porta", per la loro capacità di passare attraverso le porte, erano considerate portatrici di sciagure, di infertilità e autrici di orrendi malefici soprattutto a danno degli infanti.

Ad esse si attribuivano malformazioni e malattie rare e tutto ciò che sembrava apparentemente inspiegabile. Intorno al XV la credenza era ormai così radicata che iniziò la cosiddetta "caccia alle streghe".

Racconti Riguardanti le Janare

Si narra che le Janare fossero una sorta di strega malefica che per rancore nei confronti dei loro compaesani, di notte, al buio più completo, si intrufolavano nelle case dei loro nemici appunto, entravano nelle camere ove riposavano I loro bambini, e li afferravano per i capelli trascinandoli per terra lungo tutta la casa. Il loro potere era quello di far sentire i bimbi in una sorta di dormiveglia che non consentiva loro di strillare, ma comunque di essere coscienti. Questo trattamento secondo I racconti poteva essere ripetuto più volte con la conseguenza che i piccoli diventavano inappetenti e malaticci: in alcuni casi sembra che per questi motivi siano morti.

E nel caso in cui all’interno delle abitazioni non erano bambini, be’…se la prendevano direttamente con gli uomini e le donne.
Le Janare a quanto si dice si tramandano questi malefici poteri da madre in figlia, e pertanto si può ritenere che ancora oggi esistano. Possono essere catturate solamente con la luce, in quanto, come i vampiri, possono agire solamente a notte fonda in assenza di qualsiasi fonte luminosa.

Pietro Piperno, nell’opera “Della superstitiosa noce di Benevento” del 1640 narra che circa nell’anno 697 d.C. il Vescovo di Benevento, Barbato (diventato poi San Barbato), con l’appoggio del Duca Romualdo riuscì a proibire i riti pagani notturni sotto il Noce. Iniziava il lento processo di cristianizzazione dei Longobardi che culminò con la distruzione del Noce. Egli promise che, se Benevento avesse resistito ai Bizantini guidati da Costante, avrebbe sradicato il sacro Noce. E così fece. Ben nota l’iconografia medioevale che rappresenta San Barbato ed il suo imponente corteo mentre sradica la malefica pianta a colpi di scure. La leggenda vuole che, nonostante tutto, il Noce ricrescesse ancora più vigoroso quasi ad assecondare la voglia della gente del luogo di perpetuare gli antichi culti legati ai cicli della terrà propiziatrici di fecondità e prosperità. Questo spinse la chiesa ad insistere nella repressione di queste usanze pagane.

Il passaggio cruciale per comprendere il fenomeno delle streghe ed il collegamento con Benevento si ha, però, nel corso del XV secolo.
La prima traccia storica si ritrova in uno scritto, in cui Bernardino da Siena racconta che nell’anno 1427 si era recato a Roma: “Egli fu a Roma uno famiglio d’uno cardinale, del quale andando a Benevento di notte, vide in una radura, sotto un Noce ballare molta gente, donne e fanciulli e giovani; e così mirando, ebbe grande paura.”

Questo documento e la persona di Bernardino da Siena sono estremamente importanti nell'economia di questa indagine. In quegli anni iniziava proprio da Roma, capitale della cristianità, la persecuzione delle streghe che avrebbe insanguinato mezza Europa per secoli. San Bernardino da Siena, predica in tutta l’Italia centrale, in quegli anni è proprio a Roma, e conosce bene le leggende beneventane per avere soggiornato in quei luoghi. Nei suoi sermoni dedica una particolare attenzione alle donne, in particolare quelle che conoscono la medicina naturale, le levatrici, le erboriste, le indovine. Egli le addita pubblicamente come nemiche della chiesa, alleate del demonio e responsabili di terribili misfatti come carestie, pestilenze, morti premature, sventura. Le farneticanti teorie si diffusero ben presto, grazie all’opera dei devoti del famoso predicatore e alla fama di cui questo personaggio godeva.

Ferdinand Gregorovius, grande storico e medievalista, racconta che il 28 giugno 1424 a Roma, in Campo dei fiori (Campidoglio) fu arsa sul rogo la strega Finnicella. La guaritrice era accusata di avere ucciso trenta neonati, compreso il figlio, per berne il sangue. Fu Bernardino da Siena a sostenere l’accusa di stregoneria contro Finnicella, che fu condannata a morire sul rogo. Alcuni illuminati dottori del tempo tentarono di salvarle la vita, sostenendo che Finnicella fosse una levatrice e non un'infanticida. Fu inutile, Bernardino "aveva parlato".

Stessa sorte toccò a Martuuccia di Francesco da Todi, bruciata sul rogo a Todi appunto, il 20 marzo del 1428.
LA STORIA DELLA STREGA MATTEUCCIA.

Ad Aversa ci fu una delle poche condanne per stregonerie emanate in Italia. Quello che segue è il racconto della strega Martuccia, contadina di giorno e fattucchiera di notte, condannata a morte dopo un lungo ed estenuante processo.
Inizia la caccia alle streghe!

Siamo nel XVI secolo e Caserta è da poco passata alla famiglia degli Acquaviva. Più a sud invece, ad Aversa, persiste la dominazione aragonese con vari principi, conti e signorotti a governare i centri limitrofi. Uno scenario apparentemente tranquillo, tuttavia la Penisola è in subbuglio. Il motivo? Le Guerre d’Italia, cominciate con la discesa di Carlo VIII dalla Francia, ma anche per lo scatenarsi della caccia alle streghe. Nel 1487, infatti, viene pubblicato il Malleus Maleficarum, (IL MARTELLO DELLE STREGHE), ovvero una guida utile su come riconoscere e punire chi esercitava la stregoneria. Il libro ebbe un successo senza precedenti diventando presto un best-seller, nonché simbolo della campagna della Santa Inquisizione.

In tutta Europa migliaia di persone (l’80% donne) vennero accusate di operare in combutta con il demonio. E per coloro che non riuscivano a dimostrare il contrario c’era solo uno scenario possibile: bruciare per redimersi dai peccati. In terra italica si hanno notizie di diverse condanne, quasi tutte esclusivamente al nord. In Campania, invece, se ne contano solo due: una a Benevento e una nell’aversano, ovvero quella della strega Martuccia.
Il processo di Todi che la vide accusata di Stregoneria, costituisce una "pietra angolare" nella costruzione del mito della strega e la sua collocazione nell’immaginario collettivo del tempo. Per la prima volta in un processo veniva usato il termine “strega” e Martuuccia finì per diventarne l’archetipo. Arrestata perché ritenuta “donna di cattiva condotta e reputazione, pubblica incantatrice, fattucchiera, strega e maliarda”. E’ una “domina herbarum” e una “taumaturga”, cioè conosce il potere delle erbe curative e sa curare le malattie con rimedi naturali. A lei si rivolgono anche le donne che vogliono interrompere una gravidanza scomoda. All’epoca del suo processo Martuccia era, dunque, famosa e temuta. I suoi clienti non erano solo contadini e persone provenienti dai ceti umili, ma anche personaggi di elevato rango. Sottoposta a tortura Martuccia confesserà di aver volato, trasformata in gatta, a cavallo di un demonio nelle sembianze di caprone, al noce di Benevento. Ad ispirare queste affermazioni, apparse per la prima volta in atti processuali per stregoneria, fu proprio San Bernardino da Siena (espressamente citato nella carte processuali), il quale aveva predicato proprio in quelle terre di Todi, Montefalco e Spoleto. Fu Bernardino ad introdurre il termine "strega" e sempre Bernardino ad aver parlato per la prima volta di Benevento come città di riunioni notturne delle streghe. L’inquisitore dopo aver rivolto le varie domande di rito alla accusata, riuscì però ad estorcerle una confessione solo tramite tortura, una volta ottenuta, la giovane fu arsa viva sul rogo, tra quelle fiamme purificatrici che (secondo i prelati) servivano a salvare e redimere l’anima della sventurata.

Sebbene la storia di Martuccia di Francesco, questo il suo nome, negli anni abbia subito varie modifiche, è comunque giunta a noi.
In verità non si ha nemmeno la certezza del nome. Sappiamo solo che era una contadina di Lusciano, piccolo comune dell’agro aversano. In quegli anni l’intera zona soffriva di una profonda carestia. I campi non rendevano e la fame attanagliava la popolazione. E dato che le disgrazie non vengono mai sole, gli abitanti combattevano anche contro una violenta epidemia di peste. Tutti soffrivano, tranne Martuccia. Il suo raccolto era sempre florido, le sue terre sempre ricche di frutta, ortaggi e quant’altro.
Il cibo abbondava in ogni stagione, nonostante le difficoltà del periodo. E questo fece insospettire i vicini. Non solo per la fertilità delle sue campagne, ma anche per il continuo ritrovamento di animali morti privati della testa.
La cosa infatti generò non poche ombre, soprattutto perché si trattava delle bestie degli stessi vicini. E quando questi lo fecero presente alle autorità, si iniziò ad indagare. Con il famoso Malleus Maleficarum si scoprì che tale rito serviva per aumentare la fertilità delle proprie terre, a scapito di quelle del vicinato. Ecco allora due risposte al prezzo di una, con la conclusione di trovarsi dinanzi ad una strega. Trascinata per i capelli per le vie del centro fino al cospetto del vescovo di Aversa, la strega Martuccia negò ogni accusa, profanando addirittura il crocifisso portatole per la redenzione. Non certo una mossa saggia.

La Condanna

Il lungo atto di accusa che la condannò al rogo cita per la prima volta l’esistenza dell’unguento malefico che permetteva alle streghe di volare e la formula necessaria: “dopo essersi unta di grasso di avvoltoio, sangue di nottola e sangue di bambini lattanti, Matteuccia, questa era l’accusa che le veniva mossa, invocava il demonio Lucibello, che le appariva in forma di caprone, la prendeva in groppa e la portava al noce di Benevento, dove erano radunate moltissime streghe e demoni capitanati da Lucifero."

Dopo il processo, che la vide quindi accusata di decine di capi d’imputazione, tutti riconducibili ad un’unica ragione d’accusa: la stregoneria, ella venne rinchiusa nel castello di Casaluce in attesa della definitiva condanna. Durante quei giorni più volte le fu chiesto di abiurare, ma la risposta era sempre la stessa: non sono una strega. Le sue terre erano floride per cause a lei sconosciute, mentre le violenze contro gli animali erano figlie di antichi dissapori con il vicinato. Insomma, nulla che avesse a che fare con la magia.

Purtroppo per lei tale spiegazione non soddisfò il vescovo che decise per la punizione peggiore: il rogo. Sul piazzale antistante al castello si consumò la condanna. Le fiamme avvolsero il corpo della strega Martuccia, uccidendola dopo atroci sofferenze. Non appena il fuoco esaurì la sua furia, non rimase che una nube di fumo nero a levarsi nel cielo. Dei resti della donna, tuttavia, non vi era traccia. Non un cumulo di cenere, non un frammento dei suoi gioielli, ossa o vestiti. Assolutamente nulla. Per il vescovo e la popolazione fu motivo di sollievo. Una strega in meno dissero. Ma da quel giorno, nei pressi del castello e nelle campagne vicine, non crebbe più niente, nemmeno un filo d’erba. E per alcuni questa non fu altro che la vendetta postuma della strega.

Il nome di Benevento venne fatto anche nel processo del 1456, a carico di Mariana di San Sisto, conclusosi con la condanna alla morte sul rogo. Ella viene accusata di andare con una sua compagna “ad surchiandum pueros et una nocte dicti mensi Iulii dicta Mariana et eius sotia in facie et corpore ipsarum se unserunt cum certis unguentis diabolicis et incantatis per dictam mulierem sotiam dicte Mariane, inter alia dicendo: “Unguento, menace a la noce de Menavento, sopra l’acqua e sopra al vento” et de nocte accesserunt ad nuces et arbores nucum ubi sole et sine lumine tripudiabant”. Anche in questo processo si citano l’unguento, il noce, i sabba.

Benevento e la leggenda del Noce sono presenti anche in altri due processi tenutisi innanzi al Santo Uffizio di Roma, nel corso del XVI secolo, che ebbero grande eco.

Il primo processo era a carico di Bellezza Orsini, accusata di malefici e venefici. Ella era esperta di erbe con le quali fabbricava medicine. Un giovane da lei curato non riuscì a salvarsi ed i parenti accusarono Bellezza d'averlo deliberatamente stregato e ucciso. Si aggiunsero alla denuncia della famiglia molte testimonianze contro la Orsini. Bellezza fu condotta nel carcere di Fiano e sottoposta a interrogatori con tortura, durante i quali finì per confessare ogni cosa che gli veniva detta, fra cui: “Andammo al Noce di Benevento e lì facemmo tutto quello che volemmo col peccato renunciammo alla fede e pigliammo per signore e patrone il diavolo, e facemmo quel che volle lui e non altro” – “E andammo al Noce dI Benevento dove cI radunammo tutte insieme, e lì facemmo una gran festa e giochi, e ci prendemmo piaceri grandi, dopodiché il diavolo prese quattro fronde da quel Noce e così ritornammo a casa, per far male a qualcuno” Anch’ella riporta la formula per volare. Bellezza Orsini disperata e sfinita dalla tortura, si suiciderà in carcere, tagliandosi la gola con un chiodo, sfuggendo al rogo.

Nel 1486 D.C. i monaci domenicani Jacob Sprenger e Heinirich Kramer come già detto, scrissero il Malleus Maleficarum, il martello delle streghe, una sorta di manuale dell’inquisizione interamente dedicato alla repressione della stregoneria. Un testo pieno di affermazioni assurde, insensate, intriso di superstizione, misoginia e violenza. La tortura per estorcere confessioni è ammessa e largamente praticata. Possiamo dire che fu il laboratorio mondiale dei metodi di tortura e dei sistemi per estorcere confessioni.
Si stima che, nel corso dei secoli la Santa Inquisizione abbia mandato al rogo più di otto milioni donne, dopo averle torturate e seviziate nei modi più atroci, in nome di Dio e della salvezza delle anime.

Si usò strumentalmente la superstizione e la paura per uccidere delle povere sventurate, che solo in rarissimi casi avevano commesso crimini, e la cui unica colpa era, invece, di possedere conoscenze in tema di medicina, erboristeria, astrologia o, forse, di essere solo colte, libere, intelligenti. Si additavano come streghe le levatrici, le erboriste, le indovine, cioè qualunque tipo di donna che sfuggisse ai canoni biblici della donna incolta, inferiore e sottomessa all'uomo.

In definitiva, la caccia alle streghe è stata una caccia alle donne, una repressione della loro libertà, che ha prodotto secoli di morte e indicibile sofferenza per cui la Chiesa cattolica non ha mai chiesto, e non chiede, perdono. La donna associata al peccato, alla lussuria, la donna tentatrice delle virtù del monaco che per questo la bandisce come demonio.

Del resto il termine “Strega” deriva da STRIX, un mitologico uccello notturno con un seno simile a quello delle donne colmo di veleno, che serviva ad uccidere i bambini e succhiarne il sangue. Una figura mitologica metà animale metà donna, tra l’arpia ed il vampiro. Strix oggi è il nome scientifico della famiglia degli allocchi, grandi e voraci rapaci notturni.

Menarda, Rosa, Alcina, Boiarda, Lilith, Martuccia,Violante non erano altro che le allucinazioni di monaci e predicatori ossessionati dalle donne e dal peccato. Bernardino da Siena può bene essere considerato colui che ha fatto assurgere Benevento ed il Sannio a patria di tutte le streghe, utilizzando il suo antico ed indissolubile legame con rituali antichissimi, ben più antichi della cristianità stessa.
La lotta tra il “presunto bene” ed il “presunto male” è continuata fino ai giorni nostri e prosegue ancora, ma sotto altre forme più subdole.
Ad onta di tutto ciò, Benevento è stata sempre avvolta in un alone di mistero e di leggenda. Nell'immaginario collettivo era, ed è, il covo delle streghe, il luogo ove cresceva, maestoso e terrificante, un grande noce …IL NOCE, quello intorno al quale si riunivano le più grandi e potenti streghe provenienti da tutta Europa.





fonti
Dott. Paolo Scalise, ricercatore e studioso beneventano; Dott.ssa Laura Miriello, scrittrice, medievalista, studiosa di dottrine esoteriche; Dott. Claudio Gargano, studioso e regista;
Janara: la leggenda della strega di Benevento
Streghe del medioevo

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